Il Palazzo del Monte di Pietà di Roma

Il Palazzo del Monte di Pietà di Roma

STORIA DEL PALAZZO

Palazzo Santacroce Petrignani.

Il palazzo del Monte di Pietà, situato al civico 32 dell’omonima piazza, fu costruito nel 1588 da Ottaviano Nonni detto Mascherino per il cardinale Prospero Santacroce ed era originariamente limitato alla parte centrale dell’attuale edificio. Dopo la morte del cardinale (1589) il palazzo fu acquistato nel 1591 dai fratelli Settimio e Fantino Petrignani di Amelia, che a loro volta nel 1603 lo alienarono al Sacro Monte di Pietà. Come abbiamo già narrato nell’articolo “Il Monte di Pietà a Roma”, la sede di via dei Coronari non aveva più lo spazio necessario a contenere l’ingombro di tutti i beni impegnati per cui si rese necessaria la ricerca di un nuovo edificio: Clemente VIII Aldobrandini identificò come nuova sede il palazzo Santacroce Petrignani e provvide così all’acquisto, rogato dal notaio Ruggero Ferracuti il 21 ottobre 1603.

Bando del 20 agosto 1605.

Clemente VIII scelse come nuovo cardinale protettore del Monte il nipote Pietro Aldobrandini, il quale in data 20 agosto 1605 promosse il “Bando contra gli Hebrei, che impegnano al Sacro Monte della Pietà, e contra gli offerenti alle vendite de’ Pegni in detto Monte, & in Piazza Giudea, che s’accordano insieme in fare à parte & à mezzo”. Il Bando venne emesso per contrastare le attività illecite che gravitavano intorno al Monte di Pietà, come il bando stesso precisa:
“Avendo presentito, che alcuni Hebrei vanno ad impegnare al Monte della Pietà, sotto mano furtivamente, defraudando l’intentione di quella Santa Opera, instituita, solo à commodo de’ poveri Christiani, et oltre à ciò che li medesimi Hebrei, et anco li Neofiti, Rivenditori, Regattieri, et altri offerenti à gl’incanti de’ pegni, che si vendono nel detto Monte della Pietà, et in Piazza Giudea, spesso s’intendono, e s’accordano insieme secretamente, sopra la communicatione del guadagno trà loro, per tener l’offerte basse, in pregiudizio de’ poveri padroni di detti pegni, che si vendono nel detto Monte, ò in detta Piazza Giudea e non contenti di tali furbarie, sono causa, che altre persone non possino, ne venghino ad offerire, perche gli rincariscano il pegno, facendoselo deliberare à se stessi, e poi non lo riscuotono, anzi non si curano di perdere l’arra, accio che dette persone non l’habbiano, e di più li minacciano, e bravano, con mozzicarsi il dito, e farli occhiate torte e, con parole ingiuriose, & altri modi illeciti … Per tanto di ordine espresso di Nostro Signore datoci à bocca, e per l’autorità del nostro Offizio; Commandiamo a tutti gli Hebrei, tanto Banchieri, quanto non Banchieri, che fino al presente giorno, sotto qualsivoglia pretesto, havessero pegni loro proprii, ò altrui, impegnanti per se stessi, ò per mezzo di altri, anco Christiani, al detto Monte, ne debbano haver data notizia negli Atti dell’infrascritto Notaro in termine di dieci giorni, dal dì della pubblicazione del presente Bando: Et inherendo all’altre prohibitioni sopra ciò fatte, di nuovo prohibiamo alli medesimi Hebrei che per l’avvenire, ne per se stessi, ne per mezzo di altri, anco Christiani possino impegnare al detto Monte, sotto perdita di detti pegni, e di scudi cinquanta per ciascun pegno, da incorrersi dall’Hebreo interessato ipso facto, e da applicarsi per un terzo all’accusatore, che sarà tenuto secreto, e per l’altro terzo al Giudice, e Notaro essecutore di detta pena, e per l’altro terzo, ad arbitrio nostro, oltre la pena corporale di tre tratti di corda, frusta, galera, & altre, ad arbitrio nostro, da incorrersi dal detto contraveniente“.
Il Bando fu pubblicato nel 1605 ma gli episodi criminosi citati erano già in atto da tempo, per cui si desume che la scelta del luogo non fu affatto casuale: palazzo Santacroce Petrignani, strategicamente, era perfetto, non solo per le ampie dimensioni ma soprattutto perché situato vicino a piazza Giudea, al luogo, cioè, in cui gli ebrei esercitavano le loro attività che sarebbero state così maggiormente controllate.

Il Palazzo del Monte di Pietà

L’edificio venne immediatamente ampliato per renderlo più adatto alla sua nuova funzione. L’incarico venne affidato a Carlo Maderno, che vi lavorò dal 1603 al 1629 (negli ultimi dieci anni ebbe come collaboratore un giovane Francesco Borromini) ed in questo periodo venne prolungata la costruzione fino all’angolo con l’attuale via dell’Arco del Monte, dove fu costruita una cappella, aperta al pubblico nel 1618. Sotto il pontificato di Urbano VIII (1623-44) l’edificio venne esteso verso piazza dell’Olmo, attuale piazza di S. Salvatore in Campo, e venne ampliata l’antistante piazza del Monte di Pietà, a quel tempo denominata piazza di S. Martinello, dalla piccola chiesa di S. Martino che sorgeva proprio dinanzi al palazzo, poi demolita e sostituita nel 1747 dal palazzo del Collegio Spagnolo, oggi riconoscibile negli esercizi commerciali ai civici 17-20. Intanto a Carlo Maderno, morto nel 1630, era succeduto nella direzione dei lavori Filippo Breccioli, che morì nel 1637.
A lui successe Francesco Peparelli il quale, per proseguire gli ampliamenti, nel 1639 demolì l’antica chiesa di S.Salvatore de Domno Campo che sorgeva “e conspectu ecclesiae Smae.Trinitatis Convalescentium”, ovvero dinanzi alla chiesa della Ss.Trinità dei Pellegrini. Per ovviare alla demolizione della chiesa, nello stesso anno Urbano VIII commissionò a Francesco Peparelli la costruzione di una nuova chiesa, ma sul fianco opposto del palazzo, ovvero l’attuale S.Salvatore in Campo. Sempre nel 1639, Francesco Peparelli lavorò alla costruzione della nuova Cappella del Monte di Pietà; a questi subentrò in un secondo momento Giovanni Antonio De’ Rossi e poi Carlo Francesco Bizzaccheri, che nel 1730 concluse i lavori rispettando il progetto originale a pianta circolare e decorando la cappella con marmi preziosi e ricche sculture.
Nel 1730 Nicola Salvi proseguì l’ampliamento della fabbrica verso la chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini con l’erezione della facciata posteriore dove risalta, al civico 35 di piazza della Trinità dei Pellegrini, un magnifico portale bugnato sormontato da un balcone. Oggi quest’ala, sopraelevata nell’Ottocento, è costituita da appartamenti privati con ingresso da via di S. Paolo alla Regola ma se osserviamo bene la grata in ferro battuto posta sopra il portale possiamo ancora notare lo stemma del Monte di Pietà rappresentato dai tre monti e dall’Imago Pietatis, o Cristo in Pietà.

Nuove Amministrazioni del Sacro Monte di Pietà.

Il 31 luglio 1743, in seguito al chirografo di Benedetto XIV, il Monte divenne sede anche della Depositeria della Camera Apostolica e della Tesoreria segreta, fino ad allora sempre appaltate ad un banchiere privato, assegnando così di fatto all’Istituto la gestione del tesoro pontificio. Ulteriore progresso, che ne suggellò il ruolo di Banca Centrale dello Stato, fu il conferimento delle attività di Zecca nel 1749.
Nel 1759 il Monte di Pietà acquistò l’adiacente palazzo Barberini ai Giubbonari e lo destinò a Depositeria Generale della Camera Apostolica ed a Banco dei Depositi. Nel 1768 i due palazzi furono collegati da un cavalcavia denominato Arco del Monte, da cui prese il nome anche la via sottostante, in precedenza prolungamento di via dei Pettinari.
Con apposita legge del 13 giugno 1935 n.1236 la denominazione di Monte dei Pegni sostituì quella tradizionale di Monte di Pietà per considerazioni inerenti alla natura della loro funzione di Istituti esercenti il credito pignoratizio. Con Regio decreto-legge del 18 febbraio 1937 n.117 il Monte dei Pegni venne incorporato nella Cassa di Risparmio di Roma, presso la quale fu istituita una sezione speciale per le operazioni di pegno.
Oggi il palazzo è la sede di Affide, la più grande società attiva nel settore del credito su stima, che nasce dall’acquisizione da parte del gruppo Dorotheum del ramo del credito su stima di Unicredit.

Claudio Scolastici

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